Paolo Maggi - Sannazzaro de' Burgondi

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Paolo Maggi

Cultura

Paolo Maggi. Un pittore dell'Ottocento tra la Lomellina e l'Alessandrino.
di Francesca Veronese

La suggestione che l'Ottocento esercita sull'animo dei contemporanei è innegabile, poiché l'epoca che noi viviamo sente di avere in esso le sue radici più vive e immediate. L'opera di Paolo Maggi offre un excursus iconografico che documenta  lo sviluppo dello stile dell'ambiente italiano nel corso del XIX secolo, in una pittura che ancora manifesta i prodromi del gusto neoclassico, ma sulla quale vanno ad innestarsi le richieste di una committenza che, con l'inoltrarsi del secolo, si fa via  via più sensibile alle tematiche politiche e alle metamorfosi del gusto.
E' dunque importante considerare l'opera di Paolo Maggi non tanto in merito alla qualità dei risultati ottenuti, sempre in bilico tra la produzione artistica e la meno pretenziosa decorazione artigiana, quanto piuttosto come testimonianza di una stagione  culturale che ebbe tempo e luogo fra la borghesia e le committenze ecclesiali della metà dell'Ottocento nei territori tra Alessandria e Pavia, zona abbastanza lontana da Torino e Milano per beneficiare dell'ampio respiro degli artisti che là operavano,  ma sufficientemente vicina per vivere della luce riflessa di quelle realtà.
Sarebbe interessante condurre una ricerca d'archivio sul conto delle famiglie che si fecero
committenti dell'opera del Maggi per meglio comprendere le ragioni delle loro richieste, della scelta di taluni temi piuttosto che di altri, oltre che per meglio radicare nella storia e nel contesto socio culturale l'opera figurativa del pittore. In base  alle informazioni reperite sino ad ora, è comunque possibile intuire la parabola del successo riscosso dall'artista e le dinamiche che lo condussero ad una produzione pittorica varia ed abbondante. Paolo Maggi, nato a Sannazzaro de Burgondi (PV) il  25 novembre 1810, e figlio di Francesco Maggi e di Teresa Ferrari, è membro di una famiglia benestante e residente a Sannazzaro. Sono purtroppo scarse le notizie riguardati la formazione del pittore. E' ragionevole ipotizzare che Paolo Maggi abbia  studiato presso l'Accademia di Brera, ma dall'Archivio dell'Accademia Braidense non perviene nessuna conferma, dal momento che sono andati perduti i documenti riguardanti studenti e docenti dell'arco di tempo compreso fra il 1800 e il 1830.
Le prime testimonianze pittoriche conosciute dell'artista risalgono agli anni quaranta dell'Ottocento e si incontrano nel suo paese d'origine nel 1841, nella chiesa di San Bernardino. Sono qui presenti due tele raffiguranti l'Adorazione dei Magi e l'Apparizione  della Vergine e due affreschi ai lati dell'altare, La consegna delle chiavi a San Pietro e L'Annunciazione a San Giuseppe.
Appartenenti a quel giro di anni sono anche i lavori che il pittore compì presso le dimore delle famiglie benestanti e tenutarie della zona che, in perfetta linea con le tendenze generali della committenza privata ottocentesca, si caratterizzano per  le preferenze rivolte alla pittura d'evasione, che va dal paesaggio alla veduta, dalle scene storico romantiche e di genere, al ritratto. Ne sono valido esempio le pitture di carattere esornativo e floreale realizzate nei palazzi dei signori Pollone e  Cordera, in cui Maggi dipinge una quadratura di eco neoclassica nello scalone d'onore, i palazzi Pollini e Cardoli dove tra gli affreschi spicca quello dedicato alle Quattro Stagioni.
Gli anni quaranta, per il Piemonte albertino, sono gli anni che vedono affermarsi i valori liberali e romantici portatori del nuovo concetto di nazionalità, si vengono a creare le condizioni ottimali per la riscoperta e la riutilizzazione strumentale  e in chiave simbolica della memoria napoleonica in funzione della causa nazionale, della mitizzazione della località e del recupero culturale del Medioevo, sostenuto dalle motivazioni politiche di casa Savoia che mira a gestire in proprio il processo  di unificazione della penisola.
Il 14 giugno 1847 viene inaugurata a Marengo la villa edificata da Giovanni Delavo e la statua di Napoleone, opera dello scultore ufficiale della corte sabauda Benedetto Cacciatori, probabilmente questa fu per Paolo Maggi una vetrina assai importante  per il pubblico numeroso e prestigioso che prese parte ai festeggiamenti.
Tra gli affreschi che impreziosiscono i soffitti degli ambienti della villa, solamente due riportano la firma del pittore, una stanza decorata con una teoria di putti alati intenti in varie faccende di toilette e una seconda dedicata al tema delle quattro  battaglie gloriose di Napoleone (Austerlitz, Iena, Arcole e Marengo). Le stanze affrescate della villa, oltre alle tre del pianoterra, sano in tutto sette e verosimilmente attribuibili alla mano del Maggi. Sono dedicate a temi molto differenti tra loro,  secondo la scansione organizzativa degli ambienti all'interno della villa ottocentesca, si passa da affreschi di puro gusto decorativo per le zone di servizio, ad altri più impegnativi per le sale di rappresentanza, celebrativi della grandezza del  condottiero o del prestigio che avrebbe dovuto assumere il sito, come ad esempio una interessante decorazione dedicata al tema della Ville des Victoires, in cui una serie di prospettive architettoniche di eco migliaresco rimanda al progetto grandioso  che Napoleone aveva su Marengo.
Interessanti sono anche gli affreschi che impreziosiscono la volta di una stanza di villa Delavo, evidentemente ad uso privato, che rimandano ai privilegi della frivolezza, della raffinatezza, della seduzione tipici di una borghesia ottocentesca volta  a riprodurre momenti ed episodi di vita domestica e quotidiana. Tale filone di opere, estesissimo ed inesauribile, cresce in relazione agli interessi, al gusto e alle aspirazioni di una nuova classe di committenti, la nuova borghesia italiana senza storia  e senza profonde tradizioni di cultura, che ama vedere illustrati i suoi recenti miti e le sue virtù di maniera. Gli affreschi di questa stanza suggeriscono allusioni di non facile interpretazione ad una figura femminile la cui identificazione per  il momento può lasciare spazio solo alle supposizioni, ma che troviamo riproposte, del tutto simili, in una delle stanze di Palazzo Calleri di Bosco Marengo.
Il collegamento fra il successo ottenuto a villa Delavo e la commissione degli affreschi, realizzati l'anno successivo, delle volte di Palazzo Calleri (oggi Palazzo Roncati) è intuitivamente immediato anche se non supportato da documentazione. L'aspetto  più interessante che emerge dall'analisi delle pitture di questo Palazzo è l'affacciarsi del tema patriottico propriamente inteso, una delle sale di rappresentanza è infatti caratterizzata da un tondo al centro della volta con la figurazione  del genio dei Savoia intenta a liberare dalle catene l'Italia ed un'altra donna, probabilmente una Minerva, accompagnata da alcuni putti, uno dei quali sventola orgoglioso una bandiera tricolore. L'affresco, di chiarissima allusione patriottico, è  degno di attenzione non soltanto perché rivela informazioni sulle posizioni politiche di una delle famiglie più importanti della zona, ma anche per la scelta iconografica del tema che svela come la necessità di esprimere concetti nuovi per il  tempo entrasse in conflitto con il bisogno di utilizzare modelli codificati e quindi comprensibili da tutti. Paolo Maggi in questa sede fa propria la tendenza alla semplificazione che domina la ricerca del periodo di ampliare e adeguare il repertorio  di metafore, allegorie e simboli, l'immagine di giovane donna turrita , che ancora oggi resta universalmente identificabile come simbolo del nostro paese, risultava immediatamente comprensibile a tutti non solo perché si trattava di un'invenzione già  sperimentata in epoca neoclassica, ma perché corrispondeva ad un'operazione mentale assai elementare semplici attributi (come la corona di torri e la bandiera) su un corpo di matrona romana.
Palazzo Calleri presenta altri aspetti interessanti di decorazioni esplicitamente celebrative, oppure ispirate alla pittura di paesaggio o allegorie gioiose come la flora, l'abbondanza, la fortuna proprio come si usava nei salotti buoni delle grandi città.

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Accanto ad una stanza dedicata interamente ad una figura femminile (tematica ripresa certamente da villa Delavo) si incontrano personificazioni dello scorrere  delle giornate con amorini che intrattengono figure femminili e che sono lontana eco dell'aulico stile neoimpero con il quale le tele del Palagi arricchivano le stanze del Palazzo Reale di Torino.
Pittore di facile consumo, dal segno aggiornato e compiacente, Paolo Maggi dopo l'inaugurazione della Villa di Marengo è chiamato a realizzare decorazioni anche in altri palazzi, tra i più importanti troviamo quello appartenuto alla famiglia Cavallini  (oggi Palazzo Reitano) a Mede Lomellina, le cui decorazioni vengono realizzate tra il 1864 e il 1868.
Qui il pittore può fare ampio sfoggio del proprio repertorio eclettico, introducendo anche un programma di riferimenti neorinascimentali, altro tratto tipico della cultura altoborghese ottocentesca.
Era stata, infatti, proprio la predilezione per modelli figurativi di Quattro e Cinquecento a portare con sé la riscoperta della pittura parietale per la decorazione degli interni, ripristinando l'utilizzo della tecnica dell'affresco.
Al di là delle singole e personalissime cifre stilistiche, gli artisti, in parte per la competizione con la fotografia, tendevano a registrare meticolosamente luci, volti, costumi, oggetti studiati quasi sempre dal vero, ma quasi nessuno rinnegava  l'idealismo estetico che prendeva a modello di riferimento il Rinascimento italiano, anche elaborando strategie per ancorare i nuovi valori allo zoccolo stabile delle tradizioni. L'artista doveva operare in questo ambito perché nulla fosse lasciato  all'immaginazione o all'intuito, ogni soggetto fosse riconoscibile da parte di chiunque e chiunque potesse avere la sensazione di avere partecipato a quel certo evento, le radici umanistiche rappresentavano il punto saldo in cui ciascuno avrebbe potuto  riconoscersi. In quest'ottica va letta la deliziosa decorazione della volta della sala di Palazzo Cavallini che Paolo Maggi organizza come
uno sfondato con una ringhiera dalla quale si affacciano una serie di personaggi di chiare rimembranze mantegnesche, sempre in quest'ottica vanno colte le decorazioni a grottesca che arricchiscono le sale di questo e di molti altri palazzi. Nell'aspirazione  a rivalutare il proprio passato locale e a riproporne gli aspetti figurativi come simbolo di continuità morale e culturale, anche l'imitazione degli ornati rinascimentali dei grandi maestri dell'Italia centrale, assume un preciso significato. A questo  tipo di decorazione si affianca il trompe-l'oeil che, pur non seguendo più i criteri severi stabiliti nei secoli XVII e XVIII, rivive in singoli elementi come nel caso della finta nicchia con statua di Diana e citazioni dissimulate nei dettagli posti  in secondo piano o come mera decorazione, quasi a riflettere il retaggio settecentesco del piacere per l'intelligenza giocosa e libera, in cui l'eleganza suprema consisteva nel mettere in mostra talento e virtuosismo senza svelare gli sforzi che li sottintendono,  ma soddisfacendo il desiderio di "meraviglia" del pubblico e del committente.
Anche l'utilizzo della natura morta abbonda nelle decorazione del Maggi, tematica che, persa l'ampia rosa dei significati morali di cui si era fatta portatrice in epoca moderna, è ormai ridotta ad una lontanissima e impercettibile eco della complicata  interazione fra natura e parabola morale cattolica, ma ben si presta ad ornare le sale da pranzo solo con vezzo estetico, Riepilogando brevemente la mappa degli spostamenti di Paolo Maggi tra la Lomellina, il basso Monferrato, il Novarese e l'Alessandrino,  si individua una versatilità che permetteva all'artista di adoperare toni differenti in rapporto al soggetto nel quale si cimentava e alla sua destinazione.
Tra il 1853 e il 1856 Maggi fu attivo a Tortona, impegnato ad affrescare l'interno del Duomo e a creare qui una delle sue migliori opere il Martirio di San Marziano. Pitture del Maggi si trovano anche a Serralunga di Crea, nelle Cappelle del Sacro Monte.
Nel 1862 Maggi torna a Sannazzaro e lavora nella chiesa parrocchiale dove dipinge la tela dell'Immacolata e quella delle Anime Purganti. A Mede Lomellina lavorò tra il 1865 e il 1868 ai soffitti del Palazzo Cavallini, nel Cimitero, nella cappella del  deputato Cesare Cavallini e, sempre a Mede, è ancora Paolo Maggi l'autore dell'affresco absidale e del coro degli Angeli nella chiesa della Madonna degli Angeli.
Lavorò anche nella chiesa dello Madonna di Loreto. Qui egli esegui una decorazione con Angeli e putti che sorreggono un quadro dipinto sulla parete nella quale è inserito l'antico affresco della Madonna, molto venerata.
Tra il 1870 e il 1888 Maggi impreziosì con il suo pennello anche le chiese di Galliavola e di Tromello. Nella chiesa parrocchiale di Torre Beretti si possono ammirare affreschi raffiguranti la Predicazione di San Giovanni Battista, la Sacra Famiglia  con San Giovannino e la Gloria dell'Eucaristia, le due cappelle laterali ospitano un'incoronazione della Vergine e la Glorificazione del Sacro Cuore di Gesù.
Questi dipinti, che vennero eseguiti dal Maggi negli anni 1874 e 1875 in occasione della consacrazione della chiesa parrocchiale, appartengono senz'altro all'ultima fase dell'attività del longevo pittore che ancora, addirittura più di dieci anni  dopo, nel 1886, affresca la volta della chiesa di Giarole e tra il 1887 e il 1888 troviamo in attività nel coro e nella volta della Chiesa Parrocchiale di Fara Novarese.
Probabilmente questa è l'ultima opera del pittore, egli, infatti, morì il giorno 11 settembre 1890 alle ore 10 del mattino nel paese di Fara Novarese, in via Tosalli al numero 20, e venne sepolto nel Cimitero di quello stesso paese.
Dall'atto di morte si apprende che era celibe, residente in Milano e qualificato come pittore.
L'opera di Paolo Maggi va dunque inserita nell'attività, spesso frammentaria e discontinua, di quei pittori che, senza mai spingersi a risultati eccelsi, seppero farsi interpreti del gusto della società italiana contemporanea, tracciandone per i  posteri un ritratto con i suoi miti, talvolta portatori di presunzioni moralistiche, con le forzature di sapore patriottico e nazionalistico proprie del tempo e scivolando talvolta nei toni corsivi dell'aneddotica fine a se stessa. Interprete delle esigenze  imposte dalla retorica borghese dei nuovi ceti dominanti, l'opera di Paolo Maggi offre a noi, osservatori del XXI secolo, un racconto per immagini di una cultura spesso considerata "minore", ma non certo priva di significati per i suoi contemporanei.

 
 
 
 
 
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