Sezione Lomellina Storica
Vigevano campo di prigionia
Durante la Prima guerra mondiale anche Vigevano entrò, lontano dalle trincee ma non dalla guerra, nel grande sistema dei campi destinati ai prigionieri austro-ungarici. Il luogo scelto fu la Polveriera, nella brughiera verso il Ticino, nell’area militare di San Giovanni: un complesso isolato, adatto a ospitare uomini catturati sul fronte e trasferiti nelle retrovie. Il primo arrivo importante è documentato il 4 settembre 1915, quando un treno speciale proveniente da Alessandria portò in città 250 prigionieri austriaci, tra i quali anche due marescialli. A sorvegliarli venne destinato un reparto della Milizia Territoriale del 36º battaglione di fanteria.
Il loro arrivo suscitò una curiosità enorme. Le autorità militari avevano cercato di mantenere segreto l’orario del convoglio, ma la notizia si diffuse ugualmente e nella zona di Porta Milano si radunò una folla di vigevanesi desiderosi di vedere da vicino quei soldati che fino ad allora avevano conosciuto soltanto attraverso i giornali e la propaganda. Le cronache raccontano che tra i presenti vi fossero soprattutto donne e operaie dei calzaturifici cittadini e che alcune avessero persino rinunciato a una parte della paga pur di assistere al passaggio dei prigionieri.
La Polveriera divenne così, per alcuni anni, un piccolo mondo separato dalla città ma allo stesso tempo profondamente legato ad essa. I prigionieri vivevano in grandi locali adattati a dormitorio, sorvegliati dai militari italiani. Nel novembre 1915 il campo ricevette persino la visita dell’ambasciatore di Spagna in Italia, rappresentante di una potenza neutrale incaricata anche di verificare le condizioni dei prigionieri. Le cronache riferiscono che rimase favorevolmente colpito dall’ordine dei locali e dal trattamento riservato agli internati.
Nel 1916 arrivò anche il vescovo di Vigevano. Durante la visita i prigionieri cantarono inni religiosi, mentre le parole del prelato venivano tradotte in tedesco dal cappellano militare. Ai cattolici furono distribuiti rosari e a tutti venne offerta una scatola di sigarette: un piccolo dettaglio, quasi domestico, che restituisce l’atmosfera quotidiana di un luogo nato dalla guerra ma fatto anche di gesti, attese e rapporti umani.
Una curiosa testimonianza del 1917, pubblicata sulla stampa ungherese, descrive il campo vigevanese come dotato di ampi locali, letti, luce elettrica e bagni. Secondo il racconto, esisteva perfino una piccola rivendita interna dove era possibile acquistare vino, birra, tabacco, salumi e frutta. Naturalmente queste testimonianze devono essere lette con prudenza, perché in tempo di guerra la propaganda era ovunque, ma rimangono comunque preziose per immaginare la vita quotidiana all’interno della Polveriera. Non mancavano però i tentativi di fuga. Nel 1917 un prigioniero chiamato Carlo Pollach riuscì a lasciare il campo con l’obiettivo di raggiungere la Svizzera. Percorse una lunga distanza e arrivò fino in Ossola, a Vagna, ma venne riconosciuto, fermato e consegnato ai carabinieri, che lo riportarono a Vigevano.
La guerra lasciò anche vittime tra gli internati. I registri cittadini documentano diversi militari austro-ungarici morti negli ospedali di riserva di Vigevano tra il 1918 e i primi mesi del 1919. Provenivano da territori lontanissimi dell’Impero asburgico: Ungheria, Bosnia, Boemia, Bucovina e Galizia. Alcuni di loro sono ancora oggi ricordati nel Sacrario del cimitero cittadino.
La Polveriera di Vigevano fu quindi molto più di un semplice deposito militare. Per alcuni anni divenne un piccolo frammento dell’Europa in guerra, dove uomini provenienti da regioni lontane si trovarono improvvisamente prigionieri nella pianura lomellina, tra la brughiera del Ticino e una città che li osservava con curiosità, timore e, talvolta, umanità. Una pagina oggi quasi dimenticata, ma capace di raccontare la Grande Guerra da un punto di vista insolito: non quello delle trincee, ma quello di chi la guerra la visse dietro un cancello, lontano dal fronte.