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Lomellina terra di film - Sannazzaro de' Burgondi

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Sezione Lomellina Storica
Lomellina terra di film
La Lomellina, area della pianura tra Ticino e Po, compare nel cinema italiano in modo intermittente ma significativo, spesso scelta per la sua capacità di rappresentare contesti quotidiani e realistici. Nel corso dei decenni, questo territorio è stato utilizzato sia come ambientazione diretta, sia come riferimento culturale o narrativo, contribuendo a costruire un’immagine riconoscibile dell’Italia provinciale.
Uno dei primi esempi importanti è Il maestro di Vigevano di Elio Petri, tratto dal romanzo di Lucio Mastronardi. Pur non essendo girato interamente in loco, il film è profondamente legato a Vigevano e al suo contesto sociale. Racconta il passaggio da una società ancora legata a modelli tradizionali a una realtà dominata dall’industrializzazione calzaturiera. In questo caso la Lomellina non è solo sfondo, ma diventa elemento centrale nella descrizione delle trasformazioni economiche e culturali del secondo dopoguerra.
Negli anni Settanta e Ottanta il territorio viene utilizzato anche in produzioni più popolari. In Il bisbetico domato, diretto da Castellano e Pipolo e interpretato da Adriano Celentano e Ornella Muti, alcune ambientazioni rurali sono state girate tra campagne lombarde che comprendono anche aree della Lomellina. Il personaggio di Elia, agricoltore solitario e ruvido, richiama un’immagine di mondo contadino che trova in questi luoghi una cornice coerente e credibile, anche se il film utilizza luoghi distribuiti tra più province.
Più direttamente legato al territorio è Il ragazzo di campagna, ancora una volta firmato da Castellano e Pipolo e interpretato da Renato Pozzetto. Le riprese effettuate tra Gambolò e Carbonara al Ticino mostrano ambienti autentici, utilizzati per raccontare il contrasto tra vita agricola e realtà urbana. Il film ha avuto un forte impatto sull’immaginario collettivo, diventando uno dei riferimenti più immediati quando si pensa alla Lomellina nel cinema.
Un uso più sperimentale si trova in Yuppi Du di Adriano Celentano, dove alcune sequenze girate lungo il Ticino contribuiscono a costruire un linguaggio visivo non convenzionale. In questo caso il territorio non è descritto in modo realistico, ma inserito in una narrazione simbolica e personale.
Diverso ancora è il caso di Una spirale di nebbia, diretto da Eriprando Visconti e girato in parte a Mede. Qui l’ambientazione diventa funzionale a una storia più cupa e psicologica, dimostrando come la Lomellina possa adattarsi anche a registri narrativi lontani dalla commedia.
Accanto a queste opere, negli ultimi anni sono emerse produzioni indipendenti e documentarie, come “La natura si riprende i suoi spazi” o “Pandemia 2020”, che utilizzano il territorio per raccontare trasformazioni recenti, luoghi abbandonati o scenari contemporanei. Si tratta di lavori meno noti, ma utili per comprendere come l’interesse cinematografico per la Lomellina non si sia mai completamente esaurito.
Nel complesso, la presenza della Lomellina nel cinema italiano segue un percorso coerente: da spazio rappresentativo delle trasformazioni sociali negli anni Sessanta, a ambientazione per commedie e racconti popolari nei decenni successivi, fino a contesto per narrazioni più sperimentali o indipendenti. Pur restando ai margini dei grandi circuiti produttivi, questo territorio continua a offrire una forte riconoscibilità, capace di adattarsi a epoche e linguaggi diversi.


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