Sezione Lomellina Storica
Lomellina - Le sette sataniche
Il prologo di questa inquietante vicenda risalirebbe agli anni Settanta, quando Mortara, fino ad allora tranquilla cittadina della Lomellina, venne sconvolta dalla notizia di una macabra profanazione avvenuta all’interno del cimitero. Alcune sepolture erano state aperte, diverse bare trafugate e i corpi dei defunti portati via.
Gli investigatori presero inizialmente in considerazione ogni possibile movente: la richiesta di un riscatto ai familiari, il furto di denti e ornamenti preziosi oppure il recupero clandestino delle casse. Ipotesi che sembrarono presto perdere consistenza: le tombe erano antiche, i defunti appartenevano a famiglie povere e, in alcuni casi, non esistevano nemmeno parenti ai quali chiedere denaro.
Sembrava un episodio destinato a rimanere isolato. Eppure, più di vent’anni dopo, nel 1992, il cimitero di Mortara tornò al centro dell’attenzione. Sparirono alcuni busti funerari e altre bare vennero violate. La popolazione temette che potesse essere l’inizio di una nuova serie di profanazioni, ma nel camposanto mortarese non si registrarono, almeno pubblicamente, altri episodi dello stesso tipo.
Le segnalazioni, tuttavia, iniziarono a moltiplicarsi in altri luoghi della Lomellina.
A Gropello Cairoli scomparve misteriosamente la cosiddetta “Pietra del Diavolo”, un antico masso collocato nei pressi della chiesa parrocchiale e legato a una curiosa leggenda popolare. Secondo la tradizione, sulla sua superficie sarebbe rimasta impressa l’impronta lasciata dal Diavolo durante una fuga precipitosa. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta la pietra svanì senza lasciare traccia. Si diffuse allora il sospetto, mai dimostrato, che fosse stata utilizzata come altare durante qualche cerimonia occulta.
Poco tempo dopo, a San Giorgio di Lomellina, sarebbero state trafugate alcune vesti attribuite al Beato Carcano, religioso vissuto nel Quattrocento. Anche nel cimitero di Vigevano vennero segnalate sottrazioni di ostie consacrate, paramenti liturgici e altri oggetti sacri.
Furti apparentemente privi di un immediato valore economico, ma proprio per questo ritenuti particolarmente inquietanti. Cominciò così a diffondersi una domanda: chi poteva essere interessato a reliquie, simboli cristiani e oggetti provenienti dai cimiteri?
Fu in quel periodo che nelle cronache locali comparve con crescente insistenza l’espressione “sette sataniche”.
Nel 1994, nella valle del Ticino, nei pressi della Sforzesca, sarebbero state ritrovate candele disposte a forma di pentacolo, resti di animali e tracce che alcune testimonianze descrissero come sangue umano.
Due anni più tardi, nel cimitero di Castello d’Agogna, vennero osservati segni di falò e croci spezzate. Tra il 1997 e il 2000, lungo le rive del Ticino, si susseguirono altri ritrovamenti: bracieri abbandonati, pentacoli, scritte inneggianti al Diavolo e animali uccisi o impiccati.
Le forze dell’ordine avrebbero svolto accertamenti, senza però riuscire a identificare un gruppo organizzato o a collegare con certezza tutti gli episodi.
Nel 2005 l’attenzione tornò nuovamente su Castello d’Agogna. Alcuni abitanti raccontarono di avere udito, durante la notte, strani canti provenire dal cimitero; il mattino successivo sarebbero stati trovati resti animali e candele disposte secondo figure riconducibili all’immaginario occulto.
Poi, improvvisamente, le segnalazioni cessarono.
Nessun volto venne associato con certezza alle presunte messe nere e nessuna organizzazione satanica locale fu pubblicamente smascherata. Rimane quindi impossibile stabilire se dietro quelle profanazioni agisse realmente una setta oppure gruppi occasionali di giovani, vandali, mitomani o persone intenzionate a imitare rituali conosciuti attraverso giornali, musica e televisione.
Pentacoli, candele e simboli anticristiani potevano suggerire una messinscena rituale, ma non dimostravano da soli l’esistenza di una vera organizzazione. In molti casi poteva trattarsi di un satanismo improvvisato, privo di una struttura precisa e intrecciato con vandalismo, desiderio di trasgressione e gusto per il macabro.
Ancora oggi, dunque, la vicenda rimane sospesa tra cronaca, testimonianze orali e mistero.
Qualcuno profanò realmente tombe, rubò oggetti sacri e abbandonò simboli inquietanti nei boschi e nei cimiteri della Lomellina. Ma chi fossero gli autori, quali fossero le loro motivazioni e se esistesse davvero un legame tra tutti gli episodi non sarebbe mai stato chiarito.
Un interrogativo rimasto aperto, capace di trasformare uno dei periodi più oscuri della cronaca locale in un racconto inquietante, ancora oggi avvolto dalla nebbia della pianura.