Sezione Lomellina Storica
Lomellina – L’epidemia di difterite
Ci spaventiamo pensando alle grandi epidemie del passato, alla peste, al colera o alla spagnola, eppure non bisogna tornare indietro di secoli per trovare una malattia capace di seminare paura anche nelle campagne della Lomellina. Nell’autunno del 1953 numerosi paesi della provincia di Pavia furono infatti interessati da un’epidemia di difterite, una delle infezioni più temute dalle famiglie dell’epoca, soprattutto perché colpiva frequentemente i bambini. La situazione divenne abbastanza seria da arrivare persino in Parlamento: nell’ottobre di quell’anno alcuni deputati interrogarono il Governo chiedendo quali provvedimenti si intendessero adottare contro i numerosi casi comparsi contemporaneamente in diversi centri della Lomellina e della Stradellina. La difterite era allora una parola capace di terrorizzare un’intera famiglia. Provocata principalmente dal Corynebacterium diphtheriae, poteva iniziare con febbre, forte mal di gola e difficoltà nella deglutizione, ma nei casi più gravi la tossina prodotta dal batterio poteva raggiungere il cuore e il sistema nervoso, causando miocarditi, aritmie, paralisi e, purtroppo, anche la morte. Secondo le testimonianze e la documentazione sanitaria pavese, l’epidemia del 1953 avrebbe avuto un’origine particolarmente curiosa: una colonia marina di Igea Marina, sulla costa romagnola, dove durante l’estate soggiornavano anche bambini provenienti dalla provincia di Pavia. Al loro ritorno, alcuni di essi avrebbero contribuito involontariamente alla diffusione dell’infezione. Non si tratta soltanto di un ricordo tramandato oralmente: nell’archivio dell’Ente delle Colonie Climatiche della Provincia di Pavia esiste ancora un fascicolo intitolato proprio “Difterite – Igea – anno 1953”. Il contagio trovò terreno favorevole soprattutto perché la popolazione infantile non era ancora completamente protetta. Il vaccino antidifterico esisteva già ed era obbligatorio in Italia dal 1939, ma gli anni della guerra e le difficoltà del dopoguerra avevano rallentato fortemente le campagne vaccinali. Nei piccoli paesi, nelle scuole e nelle cascine il timore aumentò rapidamente. La difterite si trasmetteva soprattutto attraverso le goccioline respiratorie e il contatto stretto con persone infette: bastavano quindi la tosse, uno starnuto o una lunga permanenza nello stesso ambiente perché il batterio potesse passare da un bambino all’altro. In passato anche alcuni alimenti non pastorizzati erano stati associati a infezioni provocate da batteri simili, ma non esistono prove solide che il latte sia stato la causa principale dell’epidemia lomellina del 1953. I casi più gravi vennero trasferiti negli ospedali, tra cui il Policlinico San Matteo di Pavia, dove esisteva un apposito padiglione per l’isolamento delle malattie contagiose, conosciuto semplicemente come il “Sequestro”. Nel frattempo, le autorità sanitarie iniziarono a controllare i contatti, isolare gli ammalati e soprattutto vaccinare il maggior numero possibile di bambini. Fu proprio questa mobilitazione a cambiare progressivamente la situazione. Non è corretto dire che la difterite scomparve completamente nel giro di pochi mesi: ancora nel 1955 in Italia si registravano migliaia di casi. Ma dalla metà degli anni Cinquanta, grazie alla vaccinazione di massa, la curva dei contagi iniziò a precipitare. Prima della diffusione sistematica del vaccino la difterite provocava ogni anno in Italia decine di migliaia di casi e centinaia, talvolta migliaia, di vittime. Nel giro di alcuni decenni diventò invece una malattia rarissima. Quell’autunno del 1953 rimase così nella memoria di molte famiglie lomelline: bambini improvvisamente ammalati, scuole sorvegliate, ricoveri, genitori preoccupati e medici impegnati a contenere un nemico invisibile. Oggi la difterite può sembrarci quasi una malattia appartenente a un passato lontanissimo, ma il batterio non è affatto scomparso dal mondo e continua ancora a circolare in alcune regioni. Se dalle nostre parti è diventato quasi soltanto un ricordo, non è perché la malattia si sia estinta da sola, ma perché medicina, prevenzione e vaccinazioni hanno progressivamente tolto alla difterite la possibilità di fare ciò che aveva fatto per generazioni: trasformare un semplice mal di gola in una minaccia mortale.