Sezione Lomellina Storica
I barcè
Per secoli il Ticino non fu soltanto un fiume da attraversare, ma una vera strada d’acqua. Pescatori, barcaioli, cacciatori e abitanti dei borghi rivieraschi impararono a conoscerne correnti, secche, ghiaioni e improvvisi cambiamenti di livello, affidandosi a un’imbarcazione diventata uno dei simboli più caratteristici del Fiume Azzurro: il barcé. Lungo, stretto e dal fondo quasi piatto, il barcé era costruito proprio per muoversi agilmente nelle acque poco profonde del Ticino. La sua forma tradizionale, consolidatasi soprattutto tra Ottocento e Novecento, poteva raggiungere circa sette metri di lunghezza, mentre il legno più apprezzato era spesso il larice, resistente e relativamente leggero. Ogni barca, tuttavia, portava con sé la mano del proprio costruttore: i maestri d’ascia realizzavano gli scafi quasi artigianalmente, adattandoli alle esigenze del proprietario. Condurre un barcé non era affatto semplice. Il barcaiolo poteva governarlo stando in piedi e utilizzando lunghi remi; nei tratti poco profondi, soprattutto durante la risalita controcorrente, il remo veniva appoggiato o puntato sul fondo del fiume per spingere in avanti l’imbarcazione. Era la cosiddetta voga di punta, una tecnica che richiedeva forza, equilibrio e soprattutto una conoscenza profonda del Ticino. Bastava sbagliare la corrente o imboccare male una secca per ritrovarsi in difficoltà. Il barcé serviva principalmente per la pesca, per raggiungere isolotti e lanche, per piccoli trasporti e per gli spostamenti quotidiani delle popolazioni rivierasche. Esistevano anche imbarcazioni più grandi e capienti, utilizzate per persone e merci, mentre sulle acque del Ticino transitavano barche commerciali cariche di legname, sabbia, ghiaia e altri materiali. Il fiume collegava infatti la pianura al Lago Maggiore e, attraverso il Po, a una rete di navigazione molto più vasta. Nel Novecento il barcé divenne anche una barca da svago. A Pavia, soprattutto nei pressi del Borgo Ticino e del Ponte Coperto, veniva utilizzato per passeggiate sul fiume e piccole escursioni. Alcuni proprietari davano persino un nome alla propria imbarcazione, dipingendolo sullo scafo quasi come si faceva con le barche di mare. Celebri furono alcune famiglie di costruttori pavesi, tra cui i Varesi, che per generazioni continuarono a realizzare questi particolari natanti. Con il passare del tempo il legno venne progressivamente affiancato dal compensato marino e, dagli anni Sessanta, dalla vetroresina, più resistente e semplice da mantenere. Attorno al barcé nacque anche un piccolo universo di scherzi e tradizioni. Chi non sapeva remare correttamente poteva essere preso in giro dai vecchi uomini del fiume, perché conoscere il Ticino significava quasi appartenere a una comunità speciale. I veri “tisinat” sapevano riconoscere una corrente osservando appena la superficie dell’acqua, prevedere la presenza di una secca e scegliere il punto migliore per risalire il fiume. Oggi i barcé sono molto meno numerosi rispetto al passato, ma non sono scomparsi. Associazioni e gruppi remieri continuano a mantenere viva la tradizione della voga ticinese, organizzando manifestazioni e risalite controcorrente. Vederne uno scivolare lentamente sull’acqua significa quindi osservare qualcosa di più di una semplice barca: significa rivedere per un momento il Ticino di un tempo, quando il fiume era luogo di lavoro, di fatica, di incontri e di avventure quotidiane. Il barcé resta così una piccola testimonianza galleggiante della storia delle comunità cresciute lungo le rive del Fiume Azzurro.